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Personal trainer come secondo lavoro: si può fare part time?
Hai già un lavoro e vuoi cominciare ad allenare le persone nel tempo libero, prima di deciderti a lasciare tutto? Si può fare, ma le regole cambiano a seconda che tu sia dipendente privato o pubblico, e se e come apri la partita IVA. Qui trovi le regole reali, con le fonti, non il sentito dire da spogliatoio.
Si può fare il personal trainer come secondo lavoro?
Sì, in linea di principio. In Italia non esiste una legge che vieti a un dipendente di allenare altre persone nel tempo libero: molti personal trainer cominciano esattamente così, con pochi clienti la sera o nel weekend, prima di valutare se e quando lasciare il lavoro principale. Il “si può fare” però non è la stessa cosa per tutti: cambia in base a tre variabili concrete, che vale la pena conoscere prima di iniziare, non dopo.
- Sei dipendente di un’azienda privata o della pubblica amministrazione? Le regole sono diverse (vedi le due sezioni sotto).
- Il tuo contratto individuale ha una clausola di esclusiva? Alcuni contratti la prevedono esplicitamente: va controllata prima, non dopo aver preso il primo cliente.
- Vuoi lavorare occasionalmente o aprire davvero una partita IVA? Cambia il regime fiscale da rispettare (vedi la sezione sul regime forfettario).
Dipendente privato: cosa dice la legge
Per un dipendente del settore privato non esiste un divieto generale di avere un secondo lavoro autonomo nel tempo libero. Il riferimento normativo è l’articolo 2105 del Codice Civile, che stabilisce l’obbligo di fedeltà: il dipendente non può fare concorrenza al proprio datore di lavoro, né in proprio né per conto di terzi, e non può usare o divulgare informazioni riservate dell’azienda. Violare questo obbligo può essere giusta causa di licenziamento, e la regola vale anche per chi lavora part time.
Nella pratica, per chi non lavora già come dipendente di una palestra o di un’azienda concorrente nel settore fitness, il rischio concreto di violare l’obbligo di fedeltà allenando qualche cliente nel tempo libero è basso. Resta comunque un controllo da fare prima di cominciare: leggi il tuo contratto individuale (o il CCNL applicato) per verificare se contiene una clausola di esclusiva o di non concorrenza esplicita. In caso di dubbio, il riferimento è un consulente del lavoro, non un forum online.
Dipendente pubblico: quando serve l’autorizzazione
Per un dipendente pubblico la regola di partenza è diversa e più rigida: l’articolo 53 del D.Lgs. 165/2001 prevede che gli incarichi retribuiti esterni vadano autorizzati dalla propria amministrazione di appartenenza, per escludere conflitti di interesse o incompatibilità. Esistono però alcune eccezioni elencate dalla legge, tra cui una che riguarda direttamente chi vuole allenare: le “prestazioni di lavoro sportivo”, fino a un importo complessivo di 5.000€ annui, sono escluse dall’obbligo di autorizzazione.
Attenzione a non confondere questa soglia con altre: qui si parla della sola esenzione dall’autorizzazione per il dipendente pubblico, non delle soglie fiscali e contributive del lavoro sportivo (che sono un’altra cosa, spiegata più sotto). E soprattutto, “prestazione di lavoro sportivo” nel senso della riforma dello sport è tipicamente legata a un rapporto con una ASD o una SSD, non a qualsiasi attività di personal training a pagamento: se sei un dipendente pubblico, il passo giusto prima di iniziare è chiedere direttamente al tuo ufficio del personale se la tua situazione specifica rientra in questa eccezione o richiede comunque un’autorizzazione formale.
Partita IVA e regime forfettario: la soglia dei 35.000 euro
Se vuoi passare da “qualche cliente pagato in nero” a un’attività vera, prima o poi serve la partita IVA, quasi sempre in regime forfettario per chi comincia. Qui la domanda tipica è: si può aprire la partita IVA restando dipendenti? Sì, ma con un limite preciso: il regime forfettario resta accessibile solo se, nell’anno precedente, i redditi da lavoro dipendente e assimilati non hanno superato 35.000€ lordi (soglia confermata anche per il 2026). Questo limite non si applica se il rapporto di lavoro dipendente è cessato entro il 31 dicembre dell’anno precedente. Riferimento normativo: art. 1 comma 111 della Legge 208/2015, con l’interpretazione della Circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 10/E del 2016.
Per la maggior parte di chi ha uno stipendio da dipendente, restare sotto questa soglia non è un problema: il limite riguarda soprattutto chi ha già redditi da lavoro dipendente molto alti. Il passo dopo, l’apertura vera e propria della partita IVA (codice ATECO, regime, primi adempimenti), è trattato con i dettagli pratici nella guida su come aprire la partita IVA da personal trainer, mentre il funzionamento del regime forfettario nel dettaglio (requisiti, imposta sostitutiva, vantaggi e limiti) è nella guida su regime forfettario per personal trainer.
Un caso a parte è quello di chi non apre partita IVA ma collabora con una ASD o una SSD con un compenso da lavoro sportivo: qui valgono soglie fiscali e contributive diverse (D.Lgs. 36/2021), spiegate con le fonti ufficiali nella guida su compensi da lavoro sportivo.
Come si comincia in pratica, senza lasciare il lavoro principale
Chi comincia come secondo lavoro parte quasi sempre allo stesso modo: pochi clienti fissi, orari serali o nel weekend, spesso vicino a casa o online per non perdere tempo negli spostamenti. Non serve avere già tutto risolto (partita IVA, sito, decine di clienti) per fare i primi passi: serve capire da subito cosa ti distingue, perché nessuno sceglie “un personal trainer qualunque” quando ne esistono già tanti. È lo stesso principio su cui si fonda la formazione Coach Moveinside di Ale Demaria: l’80% del lavoro è la persona che diventi, il 20% è la tecnica. Il momento in cui ha senso lasciare il lavoro principale non è una data fissa, ma il punto in cui il secondo lavoro genera clienti in modo continuativo, non occasionale.
Domande frequenti
Si può fare il personal trainer come secondo lavoro?
Sì, con alcune condizioni. Per un dipendente privato il limite è l’obbligo di fedeltà (niente concorrenza al datore di lavoro), per un dipendente pubblico di norma serve un’autorizzazione dell’amministrazione, salvo eccezioni. In entrambi i casi conviene verificare il proprio contratto prima di iniziare.
Un dipendente privato può aprire partita IVA da personal trainer nel tempo libero?
In generale sì: non c’è un divieto di legge. Il limite è l’articolo 2105 del Codice Civile (obbligo di fedeltà): non si può fare concorrenza al proprio datore di lavoro. Vale sempre la pena controllare se il proprio contratto contiene una clausola di esclusiva.
Un dipendente pubblico può fare il personal trainer part time?
Serve di norma un’autorizzazione dell’amministrazione di appartenenza (art. 53 D.Lgs. 165/2001). Fa eccezione, entro 5.000€ annui, la prestazione di lavoro sportivo: ma va verificato con il proprio ufficio del personale se la propria attività rientra in questa eccezione.
Il regime forfettario è compatibile con uno stipendio da dipendente?
Sì, a patto che i redditi da lavoro dipendente dell’anno precedente non abbiano superato 35.000€ lordi. Il limite non si applica se il rapporto di lavoro è cessato entro il 31 dicembre dell’anno precedente.
Quando conviene passare dal secondo lavoro al personal trainer a tempo pieno?
Non c’è una data fissa: il momento giusto è quando i clienti arrivano in modo continuativo, non occasionale, e quando il reddito generato comincia a reggere il confronto con lo stipendio da dipendente, non prima.
Questa guida ha scopo informativo e non sostituisce una consulenza legale o fiscale personalizzata: le soglie normative citate (35.000€ per il regime forfettario, 5.000€ per l’eccezione del pubblico impiego) sono verificate alle fonti indicate il 23 agosto 2026 e possono cambiare. Per il tuo caso specifico, verifica sempre con un consulente del lavoro, un commercialista o l’ufficio del personale del tuo ente. Contenuto informativo a cura di Moveinside.